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Il Muto di Gallura

C’è uno stretto rapporto tra la Sardegna e la modernità. Non è stato sempre così, perché per lungo tempo gli alfieri della “modernità tecnocratica” l’hanno immaginata culturalmente arretrata, resistente al progresso, quasi incapace di entrare nel tempo nuovo. Questa immagine è falsa. È figlia di un’idea di sviluppo lineare: l’idea che il futuro sia sempre meglio del passato, e che il presente, con i suoi segnali di accelerazione, ci stia continuamente ricordando che forse ci siamo persi qualcosa—l’occasione di essere “al passo”.
La Sardegna, i sardi e la Terra di Sardegna, invece, sono stati straordinariamente lungimiranti nel cogliere un differenziale essenziale: la possibilità di una vita perfetta in sé, senza violenze, senza forzature, senza azioni incongruenti. Nel recente passato qualcuno ha provato a scardinare questa postura—tentando di imporre modelli esterni di sviluppo e desiderio—ma i sardi hanno resistito, hanno lottato, fino a superare quell’idea stessa di modernità come metro universale. Oggi, mentre il mondo si arrovella nel cercare il “segreto” della longevità, molti sardi sorridono: non perché possiedano una formula, ma perché hanno custodito una postura che la modernità ha smarrito.
La vita che abita le loro anime e i loro corpi lambisce qualcosa che va oltre la post-modernità, perché la modernità non è mai stata il termine di paragone. Bruno Latour—grande sociologo e filosofo—ha chiarito questo nodo nel suo Non siamo mai stati moderni, svelando l’illusione su cui si è costruita la nostra visione del mondo: la separazione netta tra soggetto conoscente e oggetto conosciuto, tra umanità e natura, tra cultura e ambiente. Essere consapevoli di “non esserlo mai stati” non è un segno di sconfitta ontologica, né una rinuncia. Al contrario: è un salto di coscienza. È riconoscere che l’ambiente non è “l’altro” da dominare o semplicemente da studiare, ma è parte di noi, come noi siamo parte di esso. Siamo fusi in una relazione di interdipendenza vitale. E l’essere umano può ottenere il massimo dalla vita solo quando smette di immaginare l’alterità come separazione e torna a sentirla come relazione.
In questa prospettiva, la longevità non è una prestazione: è un premio. È il riflesso biologico e culturale di una coscienza ritrovata.
In uno dei miei viaggi su e giù per la Terra che amo di più, ho scoperto Il Muto di Gallura. Questo luogo sfida la modernità proprio perché non la riconosce come orizzonte necessario. Si colloca fuori da quel paradigma. Situato ai confini di Aggius (SS), ti lascia senza parole per la totale assenza di sovrastrutture: tutto si presenta nella sua immediatezza, prepotente e limpida, obbligandoti a una postura di stupore. Non uno stupore folkloristico — perché il folklore cristallizza le immagini—ma uno stupore vivo, che nasce dal contatto diretto con dimensioni del vivere capaci di raccontare una vita straordinaria.
È come un invito silenzioso a riconsiderare ciò che la modernità ci ha tolto senza chiederci permesso: il tempo ritrovato.
Custode di questo tempo è Gianfranco Serra, che ha ereditato Il Muto di Gallura trasformandolo in un vero presidio culturale: un luogo che non “espone” la tradizione come fosse una vetrina, ma la fa vivere. Qui la cultura non è raccontata: è praticata. È vita di stazzo, fatta di gesti necessari, di lavorazioni lente, di memoria materiale, di oggetti che non sono semplici “cose”, ma tracce di un modo di stare al mondo.
Tra le tracce più significative che si possono ancora ripercorrere c’è il carro a buoi: un vero “orologio” del mondo che, idealmente, dovremmo tutti indossare per imparare a vivere il tempo. In Gallura, il carro a buoi è stato per secoli mezzo di lavoro e trasporto, ma soprattutto una pedagogia del tempo: un modo di attraversare lo spazio in cui nulla può essere forzato. Il passo dei buoi impone attenzione, misura, ascolto del terreno. Non è “efficienza”: è accordo con il paesaggio. È un movimento che non taglia il mondo, ma lo segue; non lo domina, lo riconosce.
Tra i progetti più profondi di Gianfranco Serra c’è proprio questo: Ii cammini di lu carrulu, percorsi lenti come memoria incarnata della Gallura, tracciati nel corpo prima ancora che sulla carta. La lentezza diventa così una forma di intelligenza: un sapere del ritmo, una disciplina dell’attenzione, una coerenza tra gesto e ambiente.
La narrazione che ruota attorno al “Muto” è, in modo esplicito, una filosofia del vivere lento: una Sardegna “più vera”, in cui tutto scorre secondo un orologio rallentato rispetto alla frenesia contemporanea. Il carro a buoi, allora, non è folklore — perché il folklore cristallizza e impoverisce — ma un manifesto pratico contro l’accelerazione: un invito a rientrare nel ritmo biologico e percettivo della vita, là dove il tempo torna a essere alleato e non nemico.