Invecchiare è diventato un errore?
- Joe Ferraro

- 22 ago 2025
- Tempo di lettura: 2 min
C’era un tempo in cui l’invecchiamento era parte del vivere. I corpi segnati dal tempo raccontavano storie, tenevano insieme le generazioni, custodivano la memoria. La vecchiaia era un capitolo della vita, non un errore da cancellare.
Oggi, questa prospettiva sembra capovolta. David Sinclair, biologo molecolare e autore del bestseller Longevità. Perché invecchiamo e perché non dobbiamo farlo (2019), ha dichiarato che l’invecchiamento è una “malattia curabile”. Non più un destino biologico, ma una patologia da trattare. “L’invecchiamento non visto come malattia è fuori dalle logiche, anche economiche, che governano la medicina”, scrive.
È uno slittamento radicale: non si invecchia, si sbaglia a invecchiare. La vita stessa diventa un codice da correggere. Il corpo un dispositivo da aggiornare. La morte un malfunzionamento da rimandare all’infinito.
Ma se tutto questo appare “rivoluzionario”, nasconde anche un errore antropologico. Perché se l’invecchiamento è malattia, la morte non è più un diritto: diventa una colpa. La vecchiaia non è più un’esperienza umana da attraversare, ma un ostacolo da eliminare.
È qui che entra in scena la biopolitica contemporanea. La trasformazione dell’invecchiamento in malattia si innesta perfettamente nel quadro neoliberista:
Lo Stato e i sistemi sanitari si alleggeriscono del carico del welfare, spostando la responsabilità sul singolo.
L’individuo viene spinto ad aderire a un regime di auto-sorveglianza permanente: check-up, esami predittivi, integratori, biohacking, dispositivi di monitoraggio.
Essere “in salute” non è più un diritto, ma un dovere morale. Non mantenerlo equivale a fallire.
Ecco l’aspetto più inquietante: la promessa di longevità illimitata si traduce in una forma di governo dei corpi. Il cittadino diventa paziente-cliente, consumatore della propria vita biologica, imprigionato in una spirale di prestazioni e acquisti. Ciò che sembra libertà – la possibilità di vivere più a lungo – diventa in realtà un obbligo a vivere secondo regole esterne, con la costante pressione a essere performanti, produttivi, efficienti.
Il corpo non è più spazio di esperienza, ma campo di battaglia bioeconomico, continuamente investito da dispositivi di controllo, algoritmi di predizione, terapie di ringiovanimento. La longevità diventa mercato; la salute, merce; la morte, scandalo.
Ma la vera domanda è: a cosa rinunciamo in questo processo?
Se la vecchiaia è una malattia e la morte un errore, dove finisce l’esperienza umana?Se siamo obbligati a vivere sotto sorveglianza costante, possiamo ancora parlare di libertà?E se la vera sfida non fosse prolungare la vita a tutti i costi, ma restituire dignità alla vecchiaia e alla morte come parte del vivere?
Forse la longevità non è una conquista tecnologica da comprare, ma un’arte dell’abitare il tempo.E forse l’errore più grande non è invecchiare, ma illudersi che si possa vivere senza mai morire.





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