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alzheimer e tai chi

Alzheimeir & Tai Chi
Il punto di vista scientifico

Alzheimer oggi: tra nuove terapie, incertezze scientifiche e spazio per interventi corporei

Per quanto riguarda l’Alzheimer, nonostante decenni di ricerca, la medicina dispone ancora di opzioni terapeutiche limitate e di un quadro patogenetico che resta, in parte, irrisolto. Le due “firme” biologiche più note — placche di β-amiloide e grovigli di proteina tau — sono centrali nei modelli contemporanei e oggi misurabili anche con biomarcatori sempre più accessibili (inclusi i blood-based biomarkers). Tuttavia, la scienza riconosce che l’Alzheimer non è riducibile a un solo bersaglio: è una sindrome complessa, con traiettorie diverse, comorbilità frequenti e fattori di rischio che interagiscono lungo tutto l’arco della vita. 

I “nuovi ritrovati” terapeutici (e i loro limiti)

Negli ultimi anni sono arrivati farmaci che, per la prima volta, hanno mostrato la capacità di rallentare (non fermare né invertire) la progressione in una parte dei pazienti nelle fasi iniziali:

  • Lecanemab (Leqembi): approvazione FDA (Food and Drug Administration) “tradizionale” nel 2023 per Alzheimer in fase precoce, dopo conferma di beneficio clinico. 
    In Europa, il comitato scientifico dell’EMA (CHMP: Committee for Medicinal Products for Human Use) ha raccomandato l’autorizzazione con restrizioni (ad esempio in pazienti con una o nessuna copia ApoE4), proprio per il bilanciamento tra benefici e rischi.

  • Donanemab (Kisunla): approvato dalla FDA nel luglio 2024 per Alzheimer sintomatico precoce (MCI o demenza lieve con amiloidosi). 
    Le autorità regolatorie europee hanno invece espresso maggiore cautela sul rapporto rischio/beneficio, mostrando quanto il tema sia ancora oggetto di discussione scientifica e clinica. 

 

Questi trattamenti segnano un passaggio importante, ma rendono anche evidente lo “stallo” relativo: benefici medi modesti, criteri di eleggibilità stringenti e rischi non trascurabili (come le ARIA, anomalie visibili in risonanza). 

 

Perché l’Alzheimer resta “poco chiaro”: i dubbi della scienza

Oggi gli stessi enti di riferimento sottolineano che non comprendiamo ancora pienamente cosa causi l’Alzheimer nella maggior parte delle persone: entrano in gioco età, genetica, stile di vita, salute vascolare/metabolica, e altri fattori biologici e ambientali.
Anche il dibattito attorno alla cosiddetta “amyloid cascade hypothesis” è vivo: per molti ricercatori l’amiloide resta un attore chiave, ma non spiega da sola l’intero fenomeno clinico e le differenze individuali.

In parallelo, la prevenzione e la riduzione del rischio assumono un peso crescente: la Lancet Commission 2024 stima che una quota rilevante dei casi di demenza possa essere prevenuta o ritardata intervenendo su fattori modificabili (attività fisica, isolamento sociale, ipertensione, diabete, udito/visione, colesterolo LDL, ecc.).

Tai Chi: una pratica corporea riconosciuta anche dalla medicina

Dentro questo scenario — dove le terapie farmacologiche avanzano ma non risolvono — si è rafforzato l’interesse per interventi non farmacologici e integrati. Il Tai Chi (o Tai Ji Quan), in particolare, è entrato con crescente legittimità nella letteratura scientifica come pratica “mente-corpo” accessibile, adattabile e compatibile con la fragilità.

Benefici scientificamente riscontrati (demenza/Alzheimer precoce e MCI)

Le evidenze più robuste riguardano demenza nelle fasi iniziali e MCI (Mild Cognitive Impairment), spesso considerato uno stadio prodromico che può evolvere verso Alzheimer.

1) Cognizione

  • Revisioni sistematiche indicano che il Tai Chi può contribuire a migliorare la funzione cognitiva nelle fasi iniziali di demenza e nei pazienti con demenza, con effetti osservati soprattutto nel breve periodo. 

  • Negli anziani con MCI, meta-analisi e studi recenti riportano miglioramenti su misure di cognizione globale (es. MoCA - Montreal Cognitive Assessment) e su domini come attenzione/funzioni esecutive (a seconda dei protocolli). 

  • Un RCT (Studio Clinico Controllato Randomizzato) molto citato mostra che un Tai Chi “cognitivamente arricchito” (con compiti attentivi integrati) può essere superiore al Tai Chi standard e allo stretching nel migliorare la cognizione globale e ridurre l’interferenza nel dual-task walking (camminare mentre si svolge un compito mentale). 

2) Equilibrio, mobilità e prevenzione delle cadute

  • In persone con demenza, un RCT ha valutato il Tai Chi su equilibrio posturale e fattibilità: i risultati non sempre mostrano un vantaggio netto su tutti gli outcome, ma evidenziano un punto cruciale per la pratica clinica: fattibilità in dyad (paziente–caregiver) e indicazioni operative per programmi realistici.

3) Fattibilità, aderenza e dimensione psicosociale

  • Studi su implementazione e partecipazione sottolineano che, quando il programma è ben progettato (ritmo, ripetizione, supporti, presenza del caregiver), il Tai Chi può risultare praticabile anche con fragilità cognitive, con ricadute positive su motivazione e continuità. 

Nota di correttezza: la letteratura non sostiene che il Tai Chi “curi” l’Alzheimer; parla piuttosto di benefici su funzioni cognitive e motorie e di un possibile contributo al rallentamento funzionale in alcune popolazioni e protocolli.

Uno sguardo di antropologia medica

L’antropologia medica, da oltre trent’anni, amplia lo sguardo clinico: mostra come la medicina non sia solo un insieme di tecniche, ma anche un sistema culturale di significati, pratiche, relazioni e modelli di persona. In questo quadro, pratiche come il Tai Chi diventano interessanti non perché “alternative”, ma perché integrative: lavorano su corpo, attenzione, ritmo, relazione e ambiente—dimensioni spesso decisive nel vivere quotidiano con una malattia neurodegenerativa.

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