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  • Joe Ferraro

Il denaro e la felicità. Una questione educativa. O forse no.


La via per l’infermo è lastricata di buone intenzioni. Ecco, io mi ero ripromesso di non scrivere per un po’, di lasciar raffreddare il mio animo e gli animi di coloro che mi rispondono in privato per dire la propria. E io che credevo che i social servissero proprio a questo. Vabbè, lasciamo stare!

Ad ogni modo, la mia giornata stava scorrendo liscia e morbida quando mi sono imbattuto in un articolo (su Repubblica) dal titolo quanto mai provocatorio: Quanto denaro ci serve per essere felici? Le lezioni on line di Laurie Santos su quel che conta davvero.

In prima lettura, svogliata e poco convinta, sento che qualcosa non quadra. Rileggo una seconda volta e finalmente comprendo cosa realmente mi rende perplesso. Ecco, direi che si tratta proprio del come viene posta la domanda. Domande e risposte, lo sappiamo, sono in dialettica relazione, e questa domanda non fa eccezione. Infatti, se io chiedo a una persona: quante sigarette fumi in una settimana? La risposta che mi attendo sarà una cifra variabile da 1 a x sigarette. Altre domande, magari meno strutturate, potrebbero essermi utili per indagare, ad esempio, le opinioni delle persone sul fumo. Qual è dunque la differenza tra le due domande? Certamente che la prima assume l’implicita presenza di una verità incontrovertibile; che ci sia una connessione causale tra la variabile indipendente (il denaro) e la variabile dipendente (la felicità).

In questo gioco, può risultare abbastanza facile misurare il quantum di riferimento. E l’articolo, infatti, non si smentisce, sfornando cifre e statistiche. Il dato (costruito a tavolino, in modo decisamente dubbio) è presto comunicato: 75.000 dollari. Secondo gli studi di Yale, questo è quello che serve, la soglia di riferimento, oltre la quale – forse – il denaro comincia a non essere più una leva motivazionale per il raggiungimento della felicità.

Storco il naso soprattutto perché non mi piacciono affatto queste generiche inferenze culturali. Coloro che hanno anche avuto un solo contatto con la cultura americana (statunitense, in primis) sanno bene quanto culture-oriented sia la questione relativa al denaro, e alla percezione collettiva del suo valore.

In secondo luogo, mi chiedo: ma quale messaggio stiamo veramente veicolando nel mondo là fuori? Stiamo forse suggerendo a qualcuno di adottare questo metro di valutazione? Sì, lo stiamo facendo!

La nostra cultura, quella italiana in particolar modo, è stata fino ad ora troppo permeabile e facilmente seducibile. Questo parametro valoriale, infatti, si è già ampiamente innestato nei nostri modi di pensare e il termometro del consumismo sfrenato rivela una graduale assimilazione al modello anglo-sassone.

Nella pratica educativa di tutti i giorni – giusto per darvi un riscontro reale - con bambini dai tre anni in su, mi scontro quotidianamente con problemi correlati a questa dimensione valoriale. Non ci sono, da parte dei genitori, specifiche intenzionalità nell’adozione di questo parametro di felicità, ma spesso la dimensione economica della ricompensa risulta la più semplice da adottare e, per i bambini, quella più facilmente comprensibile.

La questione della leva psicologica del premiare i comportamenti positivi ci lascia ancora un po’ tutti perplessi, soprattutto per i risultati di breve termine che riesce a raggiungere. Ma la questione credo che sia più relativa agli effetti sul lungo termine, ovvero sulla costruzione della personalità e del setting delle leve motivazionali adulte. E d’altronde l’educazione ha mire strategiche. I bambini sono destinati a divenire grandi, no?!

Un approccio più “umanistico” alla questione legata al denaro ci suggerisce, e suggerisce a educatori e genitori, di lavorare con impegno su direttrici forse meno facili - visto l’impegno che richiedono – ma che lasciano ai figli maggiori gradi di libertà nel decidere la fonte della propria felicità. Presente e futura. Il determinismo (soldi = felicità) non può essere certo percorribile a nessuna età.

 Il bambino che si abitua a “mercanteggiare” la propria felicità con il denaro, o con l’equivalente in regali di varia natura, cresce in maniera disarmonica e anaffettiva, ma soprattutto decide inconsapevolmente la natura del suo Locus of control.

Un bambino, un ragazzo, un uomo che definisce il Locus of control della propria felicità all’esterno, specificatamente correlandolo a quello che possiede (soldi, oggetti, etc.), è destinato ad essere infelice per il semplice fatto che il suo continuare a chiedere posticiperà all’infinito il raggiungimento dell’obiettivo.

Il bambino, il ragazzo o l’uomo che invece colloca internamente la fonte della sua felicità, slegandola del tutto o marginalizzando il valore dei soldi, imparerà ad essere felice indipendentemente da quello che la sua vita esterna gli porterà. Egli godrà di una visione più ampia, in cui la sana socializzazione, l’affettività e la presenza di obiettivi autorealizzativi potranno restituirgli, in ogni momento, la sensazione di essere felice. Senza se e senza ma. 

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